Poichè è importante conoscere, Riporto, per condividerlo, quanto scritto da Daniele Nossa sul blog del TG1, inel quale si può mettere un proprio commento per chiedere la liberazione del premio nobel:
18 maggio 2009 di aquilabianca
Poichè è importante conoscere, Riporto, per condividerlo, quanto scritto da Daniele Nossa sul blog del TG1, inel quale si può mettere un proprio commento per chiedere la liberazione del premio nobel:
Sono stato in Mynamar poche settimane fa. Ho parlato con le persone, ho letto nei loro volti la profonda devozione alla “Lady”, unico termine con cui è permesso nominare la Leader della National League of Democracy birmana. Persone che hanno perso familiari duranti gli scontri del 2007, che non si rassegnano al governo attuale, che impone restrizioni su ogni fronte. Un governo militare che ha spostato la capitale dai 6 milioni di potenziali cittadini dissidenti di Yangon a Naypyidaw, piccola e remota cittadina militare dall’accesso interdetto. La politica della diplomazia viene liquidata così, tagliando fuori dagli affari di governo cittadini che hanno la sfortuna (ma l’onore) di essere nati birmani.
Un governo che decide di tenere agli arresti domiciliari per 19 anni una donna regolarmente eletta con l’80% dei voti, che si distingue per il suo spiccato senso civico, i valori umani e la preparazione al governo, oltreché essere stata insignita di un premio Nobel per la pace nel 1991.
Se a Suu Kyi non fosse stata arrestata contro ogni diritto non avrebbe neppure potuto dirigere il governo, a causa di una norma birmana che impedisce ai cittadini sposati a stranieri di ricoprire ruoli di prim’ordine nel parlamento birmano.
Suu Kyi sta male e la risposta del governo è negarle le cure di cui necessita arrestando il suo medico personale senza alcuna motivazione né comunicato stampa ufficiale. La colpa di curare una persona vale l’arresto.
Siamo di fronte a un atto di barbarie non comune, con cui il generale Than Shwe vuole dimostrare ancora una volta la sua sanguinaria politica di barbarie.
Aung San Suu Kyi non merita questo trattamento. Ha scelto di vivere in patria ben sapendo cosa le sarebbe aspettato. Si è schierata col suo popolo, fiduciosa di poter sostenere l’opposizione a Than Shwe anche dalla sua posizione.
Il popolo birmano non merita tutto questo. Si tratta di cittadini semplici, terra di alti valori buddhisti, raro esempio di pacifica convivenza tra Theravada, Induismo, Cattolicesimo, Anglicanesimo, Islamismo e culto dei Nat. Hanno scelto la loro forma di governo e il loro leader, si sono opposti a più riprese contro il governo usurpatore e hanno affrontato la perdita di oltre tremila persone durante la “Rivolta 8888″ del 1988 e di centinaia nel novembre 2007 (non si è mai saputo il numero esatto dei morti, gli 11 ufficiali non convincono nessuno).
Passeggiando per le strade di Yangon balza all’occhio il pacifico modo di vivere delle persone, il profondo spessore umano che contrasta vistosamente con la povertà diffusa.
S. mi sta trasportando in risciò alla Mandalay Hill, quando sottovoce comincia a raccontami di aver perso un fratello negli scontri del 2007. Poi torna sulle sue parole, giustificandosi dicendo “Ma in fondo nessuno è contento del proprio governo” (!). Aspetto che sia lui a riprendere il discorso; mi racconta la protesta vista dai suoi occhi, evocando nettamente anche con semplici parole in un inglese stentato scene da olocausto. Smette improvvisamente di parlare – ha notato che alcuni militari ci stanno per sorpassare – ed io attendo il suo sfogo, reso possibile solo ogni qualvolta incontra un turista straniero che possa recepire il messaggio di un popolo allo stremo.
I giovani cominciano a mutare pensiero es essere travolti dall’ideologia militare. K., sorridente e allegra corrispondente a Yangon, dall’alto dei sui ventitreanni cambia tono quando le chiedo via chat come viva il suo popolo la condizione di Suu Kyi. Dopo interminabili pause mi risponde “Perché vuoi proprio saperlo?! E’ una [non trascrivo volutamente il termine altamente offensivo] per noi, ha fatto in modo che il governo ci imponesse l’embargo e il risultato è un Myanmar ancor più povero in cui il turismo è quasi del tutto sparito”.
Il governo del generale Than Shwe fa insegnare queste cose a scuola, negando di aver spinto egli stesso la Comunità Internazionale a scoraggiare la barbarie del suo potere incontrollabile con l’embargo, giudicato giusto dalla maggior parte degli stessi birmani, tra cui al primo posto Suu Kyi.
Aung San Suu Kyi è parte di noi. Il diritto alla libertà, alle cure, alle dignità, alla volontà di sceglieri i propri leader passano da lei. L’unica vera prigione è la paura, l’unica vera libertà è la libertà dalla paura.